IL GRANDE PRESEPIO DI
ELISEO SALINO
Il Presepio in ceramica
Una stella danza in cielo, luci
d'oro, armoniose, solcano gli spazi, si accendono fuochi, luminosi o pallidi, sulla terra.
Il solco d'oro, pentagramma degli angeli, leva un canto di pace: in
terra si attenuano le luci, luminose e pallide, si disserrano usci e nella notte, dapprima
incerti poi più sicuri, muovono gli uomini e gli animali.
Fuochi qua e là si riattizzano, torce fumanti, bisbigli ... occhi che
inseguono musicali luminescenze di angeli fino alla grotta dell'eterna Bethleem: la
nostra, quella di ogni secolo, di ogni Natale, di ogni giorno. Ieri, oggi, domani. La
Bethleem d'amore, di speranza, di carità: l'Incarnazione, la Redenzione, la Resurrezione.
E l'eterna fiaba del presepe, che di anno in anno rinnovella
tradizioni, rinverdisce speranze, dischiude i cuori più aridi: anche solo per una
giornata.
Dai secoli bui di san Francesco in poi, il solco d'oro della stella
danzante più non abbandona i cieli puri della nostra infanzia, ancora dirada le nubi
grigie della nostra adulta avventura quotidiana. Il presepe ci ripropone, ognora in veste
aggiornata e appropriata, il mistero della Notte Santa, quando il Verbo si fece carne e la
Carne ha preparato la via, in verità e vita, sino alla Resurrezione e all'Ascensione: a
riprova delle profezie bibliche, antiche fantasie in chiave oscura di realtà.
Il Carmelo ha continuato e rafforzato questo autentico miracolo dello
spirito, che ci fa rivivere il celeste e terreno prodigio di duemila anni or sono: un
tenero bambino, piovuto dal cielo, incarnato nel seno di una vergine, la Vergine, Madre e
Figlia al tempo stesso del suo Dio. Venuto a raccogliere
l'arida e funesta eredità delle nostre colpe di sempre, per farsene
carne immacolata da innalzare sulla Croce di un Golgota universale, intriso di Spirito
Santo.
Così Teresa di Gesù, certo contemplava l'immagine del Santo Bambino,
provandone intense ed estatiche emozioni e commozioni: l'Amore di Dio fattosi carne dalla
Parola, l'accendeva di un fuoco che le arse in cuore tutta la vita.
Con il bambolotto raffigurante il piccolo Gesù, rivestito di graziosi
ricami, fra le braccia, danzava con cuore incantato e sguardo rapito. Intravedeva certo il
Paradiso e giocava con Gesù e gli angeli in un trasporto di limpida spiritualità. "Chi
non accoglierà il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso". E in
Gesù Bambino, Teresa già venerava il Cristo, sacrificato sul patibolo per la salvezza
dell'umanità. Non a caso, la statua di Gesù Bambino conservata nel monastero di Avila,
meglio conosciuta col termine vetero-ispanico di "Mayorazgo" (che significa
primogenito), porta impresse sulle manine e nei piedini i segni sanguinanti dei chiodi
della croce.
Così Teresa di Gesù Bambino, si considerava la pallina di
Gesù, pronta a rotolare "là dove Egli vuol vederla". Un giocattolo per
Gesù Bambino: Le petit jouet de Jésus. Un Dio umanizzato nella sua più tenera
infanzia e quindi più accettabile, più desiderabile, più amabile, più nostro; un Dio
che si fa "così piccolo" per amor nostro, nella povera stalla di
Bethleem.
Non ci meraviglia, quindi, che una mattina di qualche anno fa,
trovandosi due religiosi del Carmelo di Arenzano a transitare per Albisola, si fermassero
estasiati dinanzi a una vetrina, dove erano esposte ceramiche e, fra le ceramiche, un
piccolo presepe, con "figurine" di popolaresca fattura, ma nobilitate dal soffio
di un'arte genuina e matura.
Fu così che i due buoni Padri conobbero Eliseo Salino, artista
estroverso e multiforme, così, può dirsi, nacque la nobile idea di un grandioso presepe,
da ospitarsi nella Basilica di Arenzano.
La tradizione teresiana del Carmelo continuava e poteva avere un altro
sublime compimento.
Eliseo Salino si pose subito all'opera. Chiaro continuatore di una
gloriosa tradizione tutta ligure e albisolese - come preziose le semplici, rozze figurine
dei nostri presepi infantili: ometti e donnicciuole variopinti, con grossi cesti in capo e
oggetti a penzoloni, le pecorelle bianche con i chiodini a mo' di zampe e gli uccellini
vibratili su fragili fili di ferro a molla! - ma che ha annoverato anche autentiche opere
d'arte dovute all'estro e alla perizia di un Maragliano, di un Brilla, e, in tempi più
recenti, di un Martini, di un Fancello, di un Piombino.
Ed Eliseo Salino ha trasfuso nelle figure della Sacra Famiglia, dei
pastori, dei Magi, i tesori di una chiara tradizione di fede e di innocenza, d'incantata
verità e di semplice poesia, d'impareggiabile vigore e sapore. Impegnandosi a dilatarne
col tempo le dimensioni, ricavando altro spazio nei sotterranei della Basilica, per dare
collocazione a nuove "figurazioni" e "gruppi".
Da anni attendevamo il prodigio di Bethleem, realizzato con vivace
umanità e fresca vena di Salino. Un "avvento" che non poteva più tardare a
verificarsi nella terra, appunto, dei figurinai, dei maestri vasai, dei "gran
fuoco". Se osserviamo per un momento, se rispettosi sostiamo quanto ce lo consentono
le umane cure e l'ansia ribelle e astiosa del nostro tempo, dinanzi al miracolo
rinnovantesi di un "forno" albisolese, resteremo sorpresi di scorgere,
individuare, intuire barbagli di fuochi lontani, carismatici, che sicuramente popolarono
di scintille cosmiche la notte di Natale.
E attorno a quei "fuochi" i pastori, le donne, le genti del
contado e di città rassomigliano stranamente - per incanto di evocate incarnazioni
angeliche - alle figure e rammentano i gesti del vasaio, del torniante, del maestro di
fiamma, oggi ancora attoniti e curvi davanti al miracolo di una nuova creazione. La terra
che si fa forma, colore, vita. Cioè anima.
Tante "culle" di Bethleem che si rinnovano per la nostra
interiore purificazione.
Un'umanità transeunte, che si rinnova di anno in anno, di secolo in
secolo, di giorno in giorno, con le sue pressanti necessità, le consuete miserie, le
ansiose aspirazioni. Gente di tutti i giorni, i personaggi del mondo, i più umili, i meno
appariscenti, che, almeno per una notte, valgono più dei principi (arriveranno più
tardi, i Magi, la notte d'Epifania), uomini del contado e dei "caròggi", dove
ciascuno - dice Salino - può riconoscersi, ritrovarsi, riconoscere gli altri.
Un'umanità attuale come attuale è sempre il presepe; un'umanità che
supera le vicende dell'oggi per porsi 'in un contesto universale che trascende i limiti
passati e futuri del tempo.
Un'umanità che giunge all'appello dei secoli, della tradizione,
dell'amore. In maniera valida, dalle dimensioni bibliche.
Chi ha un poco seguito l'attività, dirò meglio l'azione artistica di
Eliseo Salino - in questi ultimi anni - avrà certo notato una spiccata, e mano a mano
prepotente tendenza al gusto popolare.
Credo di poter usare il termine ormai lino, già si erano intravisti
sin dalle prime appropriato di "folk".
Un accostamento i cui germogli erano già insiti nella natura e nella
maniera di Salino, già si erano intravisti sin dalle prime valide e fortunate prove.
I suoi guerrieri che non sappiamo se prendere sul serio - più
adatti a un carnevale di pace che a una "diana" di guerra; i suoi armigeri
coperti di armature impossibili che ci fanno pensare o ci ritornano al clima del
"prode Anselmo" di ridanciana memoria (fig. 97); i suoi "messicani"
infagottati in fantasmagorici "ponchos" ombreggiati da sonnolenti, drammatici
"sombreros" che provocano ilarità e battute umoristiche.
Ma è tutta una formazione di sentimenti e di pensiero che enuncleatasi
sin dai banchi delle elementari è cresciuta, con esuberante freschezza, attraverso gli
episodi di vita popolare dei "caròggi" nostrani. Il profumo del basilico nelle
pentole sui davanzali marini, il sentore di salso dei muri rosso mattone o giallo
zafferano, l'afrore degli impasti di terrecotte dei mastri pentolai e dei maestri vasai
commisto al sentor delle reti, ingentilito il tutto dal vigile apprendistato nelle fornaci
dei Mazzotti, ha prodotto in Salino una gran vocazione di poesia che si sta oggi imponendo
come mezzo e fine artistico di impareggiabile bellezza e fervido gusto.
Ho tuttora in mente la semplice grazia e l'umile forza racchiusa nelle
colorite figurine dei vecchi presepi artigianali di Albisola - quelli della
"Geinin", della "Mominin", della "Giggin-a", di "Nanin
a Cioa", della "Beatrice" e delle altre vecchine che lavoravano alacremente
sugli usci di casa in vista delle fiere di san Nicolò e santa Lucia. Tradizione
proseguita dall'amorosa e vigile attività di un Bacicin Basso e di una Gemma Niccolini,
e, oggi, di un Renato Piccone.
Qualche figurina - di quella ingenua produzione - la conservo ancora
gelosamente, sebbene monca, ricavandone indelebili sensazioni infantili.
Ebbene: ne ho ritrovato tutto l'aroma ed il significato, potenziati
dallo stupore e dal magico tocco dell'arte, in questo presepe di Eliseo Salino, voluto dai
buoni e colti Padri del Carmelo di Arenzano per la meravigliosa Basilica di Gesù Bambino.
Un presepe che incarna e ingentilisce così bene una tradizione che, fiorita non solo a
livello artigianale, se ha ispirato - come più sopra ho ricordato - un Brilla e un
Maragliano e, quindi, un Tambuscio e, in tempi più recenti, un Fancello, un Martini, un
Tullio d'Albisola, l'Anselmo, e pure Umberto Piombino e se ancor oggi mette alla prova
ceramisti "nature" come Irene Dominguez, Umberto Ghersi, Rita Damiano, Dino
Gambetti, Federico Quatrini e altri ancora, tenta ognora con la sua poesia e il suo vigore
dialettico e rievocativo artisti variamente impegnati ma ormai saldamente affermati.
Concordo con il caro amico, padre Carlo Cencio, che definì il presepe
di Eliseo Salino "una visione teologica e personale del mistero natalizio".
Una visione dalla quale è esclusa ogni "prospettiva
spazio-temporale" per porsi in un contesto assolutamente attuale, in un
"presente nostro e di Dio".
Ancora, padre Carlo ravvisa quella che io definirei una ideale simbiosi
fra tre diversi piani prospettici: il passato, cui danno corpo e sapore più che gli
sfondi paesistici (Salino li ha ricavati "tout court" dalla nostra Liguria, dai
suoi interni più segreti: le casupole di collina, le case frescate di rosa e ocra della
costa) il clima (vorremmo dire, forse banalmente, il pathos) delle lontananze evangeliche,
che sono storia, storia di appena duemila anni; il vero e proprio supporto biblico, che i
gruppi e i personaggi creati dalla fantasia e dal rigore teologico del Nostro
rappresentano, quale logica premessa, avveramento e spiegazione dei misteri del libro di
Dio, delle profezie, delle velate verità messe a fuoco, a nudo dalla cronaca di una notte
palestinese di duemila anni or sono; il piano, infine, della odierna realtà, che ci fa
continuamente partecipi del mistero natalizio in una dimensione che via via accompagna
tutte le età dell'uomo, tutte le età del mondo, dell'universo creato e increato. Fanno
parte di tale "piano" le "figure" della nostra contingente avventura
quotidiana: i soldati che ben riecheggiano - appunto - la produzione di successo dei
"messicani" e dei guerrieri medioevali (fig. 97), scaturendone quasi una
discreta e cordiale satira del fascino marziale a riprova della sete di pace della nostra
umanità tanto provata, i fraticelli con le loro semplici espressioni di serena saggezza e
di spaurita intimità (fig. 96-98), i preti, visti in chiave di un certo umoristico
sussiego per niente offensivo, ma bonario e alla fin fine ecclesiale, la gente del
contado: il "Culin", il "Gerba", "Baccin u friscieu",
"Cattainin", "u Funsu", gli zampognari, i bambini della scuola, i
caldarrostai, l'accattone, la madre con il bambino, l'ubriaco e lo zoppo, un autentico
caleidoscopio di umanità.
"Figure, ha detto Salino, dove ci possiamo riconoscere tutti noi;
noi di Albisola, voi di Arenzano, frati e muratori, artigiani e professionisti, dotti e
politici, donne e bambini. Solo se è nostro (il presepe), ritorneremo a rivederlo".
E ancora: "Bisogna che il presepio piaccia ai bambini, poi vedrete che piacerà a
tutti".
Si entra nella grande cripta-galleria dove è allestito il presepe,
provenendo dal chiostrino o aggirando la Basilica, dalla parte della piazza dove si
staglia contro l'azzurro del cielo la snella colonna, sulla cui sommità spicca la statua
benedicente del Cristo Bambino, e piegando verso l'ingresso della Sala Teresiana (palestra
di cultura e religiosità, di comprovato livello). Qui, Salino, ha mescolato con pazienza
scagliola, gesso e juta e ne ha ottenuto un impasto di color grigio calce, mediante il
quale ha modellato una vasta grotta, ricca di stalagmiti e stalattiti che offre
all'insieme una diffusa atmosfera di ovattata quiete, cui il gioco delle luci,
raffiguranti l'eterno dipanarsi delle ore, da quelle buie della notte fonda alle
luminosità corali del pieno meriggio, dona particolare fascino e la fervida dimensione
del tempo.
È già il mistero del Natale che si affaccia agli occhi stupiti del
visitatore, che scorterà, senza che lui se ne accorga, sino alla Capanna, centro e motore
dell'universo: alla "Grotta di Bethleem" contenuta nella più vasta grotta che,
forse inconsciamente vuol anche raffigurare l'angusto spazio del mondo conosciuto, cui la
dilatazione delle nostre anime aggiunge dimensioni cosmiche ed eterne.
Colpisce subito il visitatore l'insieme del paesaggio costituito dalle
rustiche casette, sperdute fra le rocce di un ligustico Appennino o deliziosamente
affondate nel verde muschio dei prati, lungo ruscelli frescanti e prorompenti sino alle
chiare sabbie di una "Riviera" che si indovina al sapido affresco delle casine
tinte di giallo, di rosa, di rosso. Perché il paesaggio ligure è già presepe.
La lucentezza della volta celeste, l'infinito spazio del mare, mite e
levigato nella tacita quiete dicembrina, i grappoli di casupole arroccate sui fianchi
leggiadri che scendono dalla dorsale appenninica, i borghi marini distesi tra i
promontori, rammentano laghi, i mari di Palestina, le sabbiose dune della Transgiordania,
gli aranceti, i limone-ti, gli oleandri, i cedri di Homs, Haifa, Giaffa, i freddi cieli
notturni percorsi dalla stella dei Magi. Così, Salino si è ispirato alla natura della
mia e nostra Liguria e vi ha riscoperto moti, respiri e suoni che certo animarono la Notte
Santa di Bethleem.
Quando il mio pensiero vi corre (in qualsiasi stagione dell'anno), un
fremito mi percuote, un'emozione profonda e novella: la Notte Santa di Natale! Gli
accorrenti pastori, i greggi intimoriti da un evento sovrastante uomini e creature,
realtà e mistero: il dolce presagio di una drammatica apocalisse che avrà i suoi vertici
nel Golgota e nella "fine" di ogni cosa. Destinata a rinascere in Dio, come i
versi dello Zanella, con chiara e semplice ispirazione, ci suggeriscono: "Compiute
le sorti, - allora de' cieli - ne' lucidi porti - la terra si celi; - attenda
sullancora - il cenno divino, per novo cammzno". Notte Santa di Bethleem!
Luci si accendono festose, nel buio: lampade, torce, vividi occhi di
uomini e animali, romori di cose. Scalpitii, belati, sussurri, richiami. E i cori degli
angeli: alla Capanna del Bambino! Su, fate cuore! Liguria e Palestina, unite nella magica
notte d'Amore.
Un paesaggio, dunque, popolato e vario che s'incammina - e noi pure -
verso la grotta della Natività, la cui luce mistica ci viene incontro man mano che si
percorre il corridoio che costeggia da ambo i lati le "scene".
E dalle figure terrene o "terrestri" si penetra - e siamo in
un ordine trascendente - a cogliere l'insegnamento dei "gruppi" che a
mezz'aria, su un piano più elevato, simboleggiano i passi biblici salienti, propedeutici
alla comprensione dell'Avvento.
Così ci viene incontro la sobria e tesa composizione, ispirata al
dramma del "peccato originale". Dove ha inizio la storia della salvezza, che si
realizzerà mediante l'Incarnazione e il Natale sino a concludersi con la Crocifissione,
la Resurrezione e l'Ascensione. E nelle parole che Dio pronuncia contro il serpente
(l'angelo caduto), contro l'uomo e la donna, ormai bisognosi di redimersi per
riconquistare l'amicizia con Lui, esiste già il primo annuncio salvifico.
"E ostilità porro tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua
stirpe, questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno" (Gn. 3,15). E
Adamo ed Eva, oppressi dalla loro colpa, vergognosi e spauriti sogguardano la Donna del
Protovangelo, immagine di Colei che partorirà il Salvatore, che con fierezza e veemenza
alza il piede che schiaccerà il capo al serpente, simbolo di Satana.
Quale trapasso - e la storia della salvezza prosegue - fra questa
drammatica composizione e il delicato e raccolto gruppo dello "Sposalizio della
Vergine". Pare sorridere, la Vergine, già irrorata di quella Grazia che più non la
rende timida, mentre Giuseppe, già presago delle tremende responsabilità che con
quell'atto si assume, inclina il capo in un gesto di rassegnata e serena fiducia e
adesione al volere di Dio, sotto lo sguardo ieraticamente commosso e compreso del
sacerdote.
Proseguendo, mentre la scena gradualmente si illumina, appare in uno
splendore di luci diffuse l'Arcangelo Gabriele, col dito fermamente e chiaramente teso
verso l'alto, a meglio simboleggiare la provenienza divina del messaggio; annuncia alla
Vergine, colta in un atteggiamento di spaurito stupore, la prossima maternità.
Le luci ora si attenuano e nell'ovattato chiaroscuro ci colpiscono le
presenze di Maria e di Elisabetta in atto di abbracciarsi e confidarsi i sublimi segreti
dei loro seni fecondi, a maggior gloria di Dio e a conforto dell'umanità sofferente. La
dolcezza del viso di Maria Vergine contrasta con il volto già maturo e ancora stupefatto
di Elisabetta: entrambi toccati da una grazia soprannaturale.
Poi, Re Davide, ispirato cantore dei divini portenti che, fra gli
arpeggi del suo strumento celestiale, profetizza i tempi del Messia, e quindi Elia
profeta, che pare oppresso dai mali di un mondo gravido di pene e di colpe e, assorto, gli
occhi chiusi nella meditazione per meglio recepire i messaggi dell'Altissimo, prega in una
felice commistione di attiva contemplazione e sublimata presenza.
Ci si avvicina, oramai, al centro-motore del presepe e l'Angelo
Nunziante fluidifica i suoi gesti in lieve, sublime atteggiamento di volo estatico e
rapito.
Accennavo, non a caso, in preambolo, alla stella danzante in cielo,
alle luci armoniose solcanti gli spazi d'oro, a un ideale pentagramma angelico; mi
sovveniva la gioia di Teresa e i suoi trasporti d'anima nel vortice di una danza
improvvisata, con l'effigie di Gesù Bambino fra le braccia ... ed ecco, d'improvviso, la
capanna col suo leggiadro volo di Angeli, intessuto, appunto, di danze e di suoni: un
delicato e dolcissimo GLORIA IN EXCELSIS DEO cui fa da contrappunto la serena, pur
se non poco ansiosa, composizione di Maria e Giuseppe adoranti, con i primi pastori
sopraggiunti, il piccolo Gesù; alle spalle il bove, pacato e mite, e la curiosità
dell'asinello che sporge il lungo muso equino sul capino aureolato di Gesù, limpidamente
beato.
E fra i "Gelindi" e le "Gelinde" (i primi due
"personaggi" sopraggiunti, secondo una tradizione orale ligure in attesa che
Eliseo ne completi "i personaggi", quali, ad esempio, "U' Zeun" e
"a' Zeunn-a", sempre freddolosi e incappucciati) ecco emergere la dignitosa
devozione dei Re Magi, recanti i tradizionali doni: oro, incenso e mirra; riprenderanno,
sulla via del ritorno, altro cammino, per non tradire, ché Erode ne attendeva notizie, il
divino Infante.
Ma Salino ha voluto darci anche un'altra versione, forse più istintiva
e spontanea, del "gruppo" attorno alla "mangiatoia" di Bethleem.
Maria, col suo piccolo Gesù al seno, in atteggiamento squisitamente materno e protettivo,
fa così soave contrasto con la muta ed estatica adorazione della Donna-Madre, di fronte
al miracolo del Dio bambino.
Due diverse prospettive: l'umile creatura innanzi al suo Dio e la madre
che ninna e avvolge in un'ansia d'amore il piccolo nato, inerme e indifeso.
Armonizzare le due "capanne" in una simultanea coesistenza
dei due gruppi, potrà forse rendere al visitatore palese e suggestivo tale felice
sdoppiamento.
Subito dopo siamo indotti ad ammirare la luminosa composizione ispirata
alla biblica età dell'oro: "Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera
si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un
fanciullo liquiderà ... Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino
metterà la mano nel covo di serpenti velenosi" (Isaia 11, 6-8).
Un sole pieno pare illuminare la scena, che in poco spazio armonizza
plasticamente un mondo felice che all'uomo contemporaneo appare chimerica fantasia e
sembra così distante dalla nostra sofferta e complessa realtà quotidiana.
"La strage degli innocenti", "la fuga in Egitto" e
"l'incontro con il Precursore" concludono superbamente il ciclo dei dodici
gruppi biblici che così bene esemplificano (felice dunque la scelta) il supremo contesto
della nascita del Redentore, accompagnandone il sacro cammino sino alle soglie della
Predicazione, del Calvario, della Resurrezione.
Si tratta di tre composizioni di differente ispirazione e conseguente
fattura. Nella "strage" Salino drammatizza con raro rigore stilistico la funesta
scena che incatena in poco spazio la greve disperazione delle madri, l'innocente e
inconscio sacrificio dei fanciulli, la feroce perversità dei soldati di Erode. Un gruppo
che richiama - benché in forma più drammatica e di esacerbata modellazione - certe
composizioni di Martini.
Anche ci commuove l'intensità dei volti della "fuga in
Egitto", per il tono umano dell'insieme, l'angustia che promana dalle figure di
Giuseppe e Maria, il rannicchiarsi del piccolo Gesù sul seno materno, il faticoso
incedere del somarello, mentre la semplice grazia, tutta pervasa di mistici presentimenti
e di responsabili cure, dell'incontro col "Precursore", conchiude felicemente e
riassume in un modellato dai contorni delicati e commossi quell'atmosfera di serenità
natalizia così bene espressa nei volti distesi se pur compresi di Gesù fanciullo e del
giovane Battista.
Un presepe significa comunità, un presepe vuol dire società, un
presepe è civiltà. Nel presepe trovano principio e luogo la famiglia (Gesù, Maria,
Giuseppe), l'autorità (i Magi), la società (contadini, pastori, artigiani, soldati): che
sono civiltà e modo di vita comunitario.
Un presepe è passato, è presente, è domani. La tradizione,
l'attualità, la speranza. Un presepe è fede e amore: la cometa trasmigra di cuore in
cuore, da anima in anima e vi segna solchi d'inestinguibile amore: la carità cristiana
che precorre i tempi sociali, le civiltà spaziali e già le fa sue, dominandole dall'alto
dei Cieli dove splende intatta, sempre, la gloria di Dio. E in terra la pace agli uomini
di buona volontà.
Eliseo Salino ha certamente assorbito tutto questo e si è come rinnovato il miracolo
dell'attesa e dell'immanenza natalizia: dai misteri testamentari dell'Annunciazione e
dell'Incarnazione, sino all'attualità in chiave popolaresca delle numerose
"figure" a specchio ottimistico di una umanità non ancora sopraffatta (ma fino
a quando?) dagli aliti pestilenziali del consumismo e del nuovo positivismo tecnologico,
fidente sempre nelle speranze che non muoiono, non possono, non debbono perire.
Un'umanità minacciata nella sua stessa esistenza e persino nell'intimo
della propria anima, che si ribella senza gesti estremi o drammatici, senza odio né
anatemi vendicativi. Soltanto, passo dietro passo, cerca più che mai la luce di una
stella, il tepore di una Capanna, il suono flautato di una notte che da duemila anni è
immutabile come il fuoco, come le stelle, indefettibile come il soffio di Dio Creatore,
vento dell'anima, anima delle cose. |